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Prima ancora di arrivare nelle sale, il biopic su Michael Jackson si porta dietro una frattura evidente: quella della sua stessa famiglia. Non si tratta di semplici divergenze, ma di un vero scontro su cosa raccontare e su chi abbia il diritto di farlo.
L’assenza di Janet Jackson, figura centrale nella vita dell’artista, pesa più di qualsiasi recensione. Il suo rifiuto totale di partecipare al progetto — senza spiegazioni — appare come una presa di posizione netta. Allo stesso modo, Paris Jackson ha criticato apertamente il film, parlando di imprecisioni e bugie.
Dall’altra parte, Prince Jackson ha scelto invece di partecipare come produttore esecutivo, evidenziando una spaccatura interna che riflette perfettamente il problema principale del film: non esiste una verità condivisa su Michael Jackson.
Questa divisione non è un dettaglio marginale. In passato, la famiglia Jackson si era mostrata compatta in occasioni pubbliche importanti. Oggi invece emerge una frattura profonda, che diventa la chiave di lettura dell’intero progetto.
Quando chi ha vissuto accanto a Michael non riesce a concordare sulla sua storia, ogni tentativo di raccontarla diventa inevitabilmente parziale. Il film sceglie una versione precisa: quella controllata da chi gestisce i diritti e l’eredità economica dell’artista. Una scelta legittima, ma non neutrale.
Uno degli aspetti più controversi riguarda l’eliminazione di riferimenti alle accuse di molestie, in particolare al caso Jordan Chandler. La produzione ha evitato qualsiasi menzione, seguendo accordi legali già esistenti.
Questo tipo di omissione non è solo narrativa, ma strutturale: rende impossibile una rappresentazione completa della figura di Michael Jackson. A differenza di altri biopic musicali, qui non si tratta di bilanciare luci e ombre, ma di decidere se alcune ombre possano esistere sullo schermo.
Molti artisti controversi sono stati raccontati al cinema mostrando contraddizioni e fragilità. Con Michael Jackson, però, la situazione è diversa.
Le accuse nei suoi confronti non si sono mai chiuse in modo definitivo nella percezione pubblica. Questo ha generato una divisione radicale tra chi lo difende e chi lo accusa. In questo contesto, ogni film diventa inevitabilmente una presa di posizione.
Il biopic sceglie di non affrontare questo conflitto, presentandosi però come una narrazione completa. Ed è proprio questa ambiguità il suo limite più evidente.
Nonostante tutto, il film riesce a costruire alcune scene di grande impatto. L’infanzia di Michael, segnata dal rapporto difficile con il padre, emerge con forza e autenticità.
L’interpretazione di Colman Domingo nei panni di Joe Jackson è uno dei punti più solidi: un personaggio freddo, controllato, lontano dagli stereotipi, ma proprio per questo più inquietante.
E poi c’è Jaafar Jackson. La sua performance non è una semplice imitazione: è qualcosa di più profondo, quasi fisico. Nei momenti musicali, riesce a restituire la presenza scenica dello zio in modo sorprendente, fino a far dimenticare per un attimo che si sta guardando un film.
Il vero problema non è ciò che il film mostra, ma ciò che non può mostrare. La storia completa di Michael Jackson — con il suo talento straordinario, le fragilità, le accuse e le contraddizioni — resta ancora fuori dal cinema.
Finché i diritti sulla sua immagine e sulla sua musica saranno controllati in modo così rigido, qualsiasi biografia resterà incompleta. Senza quegli elementi, raccontare Michael Jackson significa raccontare solo una versione possibile, non la verità.
Il risultato è un film che funziona a tratti, ma che non riesce a essere definitivo. E forse, almeno per ora, un film definitivo su Michael Jackson non può esistere.
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