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Comportamenti manipolativi, mancanza di empatia, superficialità, egocentrismo e tendenza alla menzogna – questi i tratti collegati alla psicopatia presenti nel 21% dei ceo e dei manager secondo uno studio guidato dallo psicologo Brooks della Bond University; una percentuale affine a quella rilevata nella popolazione carceraria. I risultati di uno studio successivo – condotto da Babiak e colleghi su 203 ceo e manager statunitensi – ha inoltre dimostrato che il 4% dei partecipanti aveva punteggi al di sopra della soglia della psicopatia, a fronte dell’1% della popolazione generale.
La nostra società, insomma, sembra premiare i tratti psicopatici, che assicurerebbero, almeno nel breve periodo, una rapida scalata verso il successo – e il film coreano No other choice – Non c’è altra scelta sembra voler raccontare proprio questo: per occupare un posto in questo mondo malato, per non morire e per vincere l’unica scelta possibile è quella di diventare uno psicopatico.

Man-soo è il protagonista della nostra storia: l’uomo è, da 25 anni, un pluripremiato dipendente dell’azienda cartaria Solar Paper che però viene licenziato quando una ditta americana acquisisce l’azienda. Man-soo promette alla sua famiglia di trovare un nuovo lavoro entro tre mesi, ma, purtroppo, nessuno dei suoi colloqui si conclude con un’assunzione.
L’uomo, che non può nemmeno più permettersi di pagare un dentista e che rischia addirittura di perdere la casa, sente di non avere altra scelta: se il destino non gli sorride, gli forzerà la mano uccidendo tutti i suoi competitor, fino a diventare l’unico candidato per un posto di rilevo nell’azienda cartaria Moon Paper.
Mentre questa storia di sangue si srotola accompagnata dalle note del violoncello suonato dalla figlia di Man-soo, in un crescendo grottesco in cui, progressivamente, il protagonista perde la sua umanità, lo spettatore si ritrova quasi a fare il tifo per quello che è a tutti gli effetti un pluriomicida, un assassino psicopatico disposto a tutto per raggiungere i suoi obiettivi.
E’ facile affezionarsi a lui, perché, in fondo, sembra quasi che prenda davvero l’unica strada che gli consenta di sopravvivere nella nostra società.

Di chi è la colpa? Chi dovrebbe odiare lo spettatore? Il gioco o il giocatore? Il tavolo è truccato, la società è un baro, è vero – ma, anche se tutto sembra suggerirci il contrario, il fine non giustifica sempre i mezzi e i mostri restano mostri: la società siamo noi e, per quanto sia difficile e costosa, c’è sempre un’altra scelta.
Vale la pena vedere No other choice – Non c’è altra scelta? Assolutamente sì: si tratta di uno dei film migliori degli ultimi mesi e non sarà facile dimenticarlo tanto in fretta.

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