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2 anni agoon
Uno scrittore che ha un disperato bisogno di soldi commette un peccato (artisticamente) mortale: scrive – sotto pseudonimo, beninteso – un libro in cui non crede, che definisce spazzatura, solo per dare al pubblico ciò che si aspetta da lui.
Tutto qui? No, naturalmente: American Fiction – film vincitore del premio oscar per la miglior sceneggiatura non originale del 2024 – parla di molto altro: trauma porn, razzismo, ipocrisia, equilibri e squilibri di potere, ma anche di storie, narrazione e del senso ultimo dell’arte. Un’opera ha valore perché il pubblico la ama o l’ultima parola spetta al suo autore? Un libro di successo è quello che vende molte copie? A chi appartiene una storia, a chi la legge o a chi la scrive? Chi decide il senso di un romanzo, colui che lo riceve o che lo ha creato?
Dopo la morte improvvisa di sua sorella, Monk, docente senza peli sulla lingua e autore di opere elitarie e sperimentali, è costretto a prendersi cura di sua madre, a cui è stata diagnosticata una demenza alle prime fasi. Non si tratta solo di un investimento di tempo ma anche economico – un investimento, quest’ultimo, che lo scrittore non può permettersi.
Per trovare il denaro di cui ha bisogno, Monk decide di scrivere sotto falso nome quello che il pubblico vuole da un autore nero: un romanzo volgare, che racconta storie di criminali, marginali e violente. Inaspettatamente, il libro riceve un’offerta da capogiro e così lo scrittore, spinto dal suo agente, decide di accettarla e di fingere di essere un criminale in fuga dalla polizia. Ma le cose, purtroppo, gli sfuggono di mano…
American Fiction – tratto dal romanzo Cancellazione di Percival Everett, pubblicato in Italia da La Nave di Teseo – parla, senza essere mai superficiale e senza cadere preda di facili generalizzazioni, dell’ipocrisia che spesso si cela dietro le operazioni commerciali di testi che promettono di essere autentici e che invece, al contrario, per ottenere un ritorno economico riducono delle minoranze alle aspettative di un pubblico che non le comprende, non le ascolta e non è interessato a farlo.
A chi servono tutte queste storie in cui le minoranze – in questo film si parla di persone nere, ma questo discorso potrebbe valere per qualsiasi categoria discriminata – hanno sempre un finale tragico, drammatico, in cui i personaggi sono solo dei segnaposto utili solo a poter spuntare la casella dell’inclusività ma che, invece, non fanno altro che perpetrare stereotipi?
Il film non offre risposte, non dice allo spettatore cosa sia giusto e cosa sia sbagliato, ma scatena solo altre domande. E quindi, per trovare le proprie, chi guarda la storia di Monk non può limitarsi a subire la sceneggiatura, ma deve farsi parte attiva e scegliere quale sia il finale – e il senso – che vuole dare a questa pellicola.
1. Con un umorismo tutto suo, American Fiction riesce a raccontare bene l’ipocrisia del mondo della letteratura e dello spettacolo e a interrogare lo spettatore sul valore dell’arte;
2. Contemporaneamente, la pellicola mostra il punto di vista autentico di una persona che fa parte di una minoranza e che non accetta di essere ridotta a stereotipo;
3. La sceneggiatura è interessante e, anche senza essere veloce, non annoia mai.
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