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A vent’anni dalla morte e poco più di un anno dopo la canonizzazione, la storia di Carlo Acutis è arrivata in prima serata su Canale 5 con Il mio nome è Carlo, film tv diretto da Giacomo Campiotti. Samuele Carrino, già protagonista de Il ragazzo dai pantaloni rosa, interpreta il futuro santo a quindici anni, mentre Nicolò Caruz Jaramillo ed Edoardo Vitalone gli danno il volto rispettivamente a sei e undici anni.
Il film, trasmesso in prima visione assoluta il 27 settembre 2026, sceglie di attraversare la breve vita di Acutis concentrandosi soprattutto sulla sua quotidianità: la famiglia, la scuola, gli amici, l’informatica e una fede vissuta con una naturalezza che sorprende prima di tutto le persone che gli stanno intorno.
Ed è proprio quando riesce a rimanere vicino a questa dimensione che il film dà il meglio di sé, prima che l’impostazione inevitabilmente celebrativa prenda il sopravvento.

Il mio nome è Carlo segue Acutis in tre momenti della sua crescita. Fin da bambino Carlo manifesta una sensibilità religiosa insolita, che negli anni diventa sempre più centrale senza allontanarlo dalle passioni dei suoi coetanei.
Gioca a calcio, ama i videogiochi e i computer, frequenta gli amici e intanto dedica tempo a chi è in difficoltà, fa catechismo e utilizza Internet per condividere la propria fede. Il film cerca soprattutto in questa convivenza tra ordinario e spirituale la chiave per avvicinare un personaggio che, raccontato soltanto a partire dalla canonizzazione, rischierebbe di apparire distante.
Carlo viene invece osservato attraverso la famiglia e le persone che incontra, in particolare Rajesh (Brayan Palliyagoda), arrivato dalle Mauritius e diventato una presenza importante in casa Acutis. Anche i genitori Antonia (Lucia Mascino) e Andrea (Flavio Parenti) cambiano progressivamente attraverso il rapporto con il figlio.
Campiotti lavora quindi meno sulla costruzione di eventi eccezionali e più sull’impatto dei piccoli gesti. È una scelta coerente con l’immagine che il film vuole restituire di Acutis, anche se la scrittura tende spesso a sottolinearne le qualità anziché lasciare che siano le situazioni a mostrarle.
Il rischio dell’agiografia, in un racconto del genere, era inevitabile e Il mio nome è Carlo non sempre riesce a evitarlo.
La regia di Campiotti conosce bene il linguaggio della grande fiction biografica italiana. Il mio nome è Carlo è chiaro, accessibile e costruito per accompagnare lo spettatore in una visione facilmente fruibile.
È però anche il limite più evidente del film: la narrazione procede lungo binari molto riconoscibili e raramente mette davvero in discussione l’immagine del protagonista.
Carlo è già, fin dall’infanzia, il ragazzo che il pubblico sa essere destinato alla santità. Di conseguenza rimane poco spazio per contraddizioni, dubbi o zone meno edificanti che avrebbero potuto rendere il personaggio cinematograficamente più complesso.
La natura romanzata dell’operazione è dichiarata: Campiotti e Carlo Mazzotta hanno rielaborato episodi reali e il regista ha lavorato anche sulle testimonianze di familiari e persone che conobbero Acutis.
Non si tratta quindi di cercare nel film una ricostruzione documentaria, quanto di capire se la libertà concessa dalla finzione riesca a produrre un ritratto più profondo. La risposta è soltanto in parte positiva, perché la sceneggiatura utilizza spesso quella libertà per rendere più chiaro il messaggio anziché più sfaccettato il protagonista.

La parte più riuscita di Il mio nome è Carlo rimane allora anche la più semplice: l’idea che una figura oggi venerata da milioni di persone fosse un adolescente immerso nello stesso mondo dei suoi coetanei.
Computer e videogiochi non vengono presentati come elementi incompatibili con la spiritualità, ma come parti della stessa vita. E Internet, soprattutto, assume un significato particolare perché Carlo prova a utilizzarlo come strumento anziché lasciarsi definire da esso.
È un aspetto che rende la sua storia davvero contemporanea; proprio per questo il film avrebbe potuto fidarsi maggiormente del ragazzo e un po’ meno dell’immagine del santo.
Quando Carlo gioca, scherza, parla con gli amici o smanetta al computer, il contrasto tra la normalità della sua vita e ciò che sarebbe diventato produce da solo qualcosa di interessante.
Quando invece dialoghi, musica e regia insistono sulla sua eccezionalità, il racconto diventa più prevedibile.
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