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La legge elettorale, tra le proteste dell’opposizione, è stata approvata dall’aula del Senato con 113 voti favorevoli, 71 contrari e 2 astenuti. Tra le novità più controverse c’è quella delle firme: la nuova legge prevede, infatti, che il numero firme necessario alla candidatura di formazioni non presenti in Parlamento sia quadruplicato.
Nello specifico, il minimo di firme per collegio richiesto a chi non siede in Parlamento sale da 1.500 a 6.000; restano esentati, invece, i partiti con due gruppi parlamentali e chi ha formato un gruppo entro il 31 dicembre 2025. La ratio di questa novità dovrebbe essere evitare un’eccessiva frammentazione e limitare le cosiddette “liste civetta”.
“Il tema che guida la nostra scelta” specifica Elisabetta Casellati, ministra per le Riforme “è di raggiungere un certo numero di firme. Elevare il numero necessario per la raccolta ha un significato preciso: evitare di beffare i cittadini, impedendo il ricorso a liste civetta per raccogliere voti a favore di formazioni che non potranno mai essere rappresentate“. Nel corso della precedente elezione, specifica Casellati, la dispersione di firme e di voti è stata del 7,2% – ovvero, due milioni di voti. “Non pochi” chiosa la ministra.
Buona parte dell’opposizione non saluta con favore la legge elettorale. Alessandro Onorato, assessore della giunta Gualtieri e leader di Progetto Civico Italia – che, proprio in virtù dell’aumentato numero di firme necessarie, resterebbe tagliato fuori – commenta aspramente la questione.
“Pensavamo di aver fatto un grande lavoro, ma non avevamo capito di essere diventati così scomodi per il Governo Meloni” afferma l’assessore in un video pubblicato sui suoi canali social. “Nella precedente legge elettorale bastavano 94.500 firme, oggi se ne chiedono almeno 378mila, cioè 6mila a collegio. E come se non bastasse, le firme devono essere raccolte come nel Medioevo, con la carta e senza Spid“.
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