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The Boys 5 // RECENSIONE

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Si chiude The Boys 5. La serie eristica più famosa degli ultimi anni arriva alla sua conclusione. Ce la fa a vincere la maledizione dei finali deludenti? Scopriamo insieme.

The Boys5

The Boys 5 diventa quello che criticava

Benvenuti alla fine del mondo, o meglio, alla fine del budget di marketing di Amazon Prime. C’è una sottile, deliziosa ironia distopica nel guardare la quinta e ultima stagione di The Boys. Nata come la satira più feroce, dissacrante e sputacchiante contro il monopolio culturale dei supereroi e il tardo-capitalismo della Disney/Marvel, la creatura di Eric Kripke ha compiuto il miracolo metafisico più antico del mondo: è diventata esattamente ciò che combatteva.

Nel saggio Realismo Capitalista, il filosofo Mark Fisher spiegava come il sistema fagociti la protesta, la impacchetti e la rivenda come merce. The Boys 5 è il manifesto di questo processo. La serie che sbeffeggiava i franchise infiniti si è trasformata in una fabbrica di spin-off, un mostro burocratico che deve allungare il brodo per nutrire l’algoritmo. La satira non punge più perché la mano che scrive è la stessa che incassa le royalties dei peluche di Patriota.

Il Sacrificio sull’Altare: lo spin-off su Soldatino

Parliamo dell’elefante nella stanza (o meglio, del super-soldato scovato nella naftalina): Soldatino. La sua presenza in questa stagione finale non è solo narrativa pigra, è un vero e proprio atto di sciacallaggio ai danni del ritmo televisivo. Jensen Ackles è magnetico, d’accordo, ma la sua utilità ai fini della trama principale è pari a quella di un semaforo nel deserto del Sahara.
Perché è qui? Semplice: marketing preventivo. Bisognava gettare le basi per il prequel Vought Rising. Per fare questo, la sceneggiatura ha letteralmente cannibalizzato lo spazio vitale degli altri personaggi. Gli episodi 3, 4 e 6 sono stati trasformati in un lunghissimo spot pubblicitario mascherato da show televisivo. E mentre Soldatino rubava l’inquadratura sbraitando anatemi da mascolinità tossica anni ’80, il resto del cast storico è stato ridotto a fare da tappezzeria.

Prendiamo Latte Materno. Quanto sarebbe stato poeticamente immenso e catartico vedere l’uomo, guidato dal trauma generazionale causato proprio da Soldatino, riuscire a uccidere il suo demone e morire a sua volta nel tentativo? Sarebbe stata la chiusura perfetta di un cerchio di sangue, una nemesi degna della tragedia greca. La storia dei Boys è nata come la storia di tre uomini spezzati: Butcher, Frenchie e LM. Vederli perdere la vita tutti e tre, come gli ultimi cavalieri di una crociata nichilista e suicida, avrebbe conferito alla stagione una dignità epica e sacrale.

Di conseguenza, l’intero pantheon dei comprimari ha subito una brutale lobotomia narrativa. Abisso è ormai una macchietta comica ripetitiva, Black Noir II vaga senza meta, Firecracker e Sister Sage – potenziali menti supreme – si riducono a dinamiche da soap opera politica, e Starlight, co-protagonista storica, passa la stagione a risentire di un minutaggio ridotto all’osso.
E che dire del tempismo? Sprecare l’intera quinta puntata in una stagione finale per una trama riempitiva è un peccato mortale contro la struttura drammaturgica. C’era davvero bisogno di farlo ora? Non si poteva liquidare questa digressione nelle stagioni precedenti, lasciando gli ultimi passi della marcia verso il patibolo liberi da distrazioni?

The Boys

Billy Butcher e lo sdoppiamento (mancato) in The Boys 5

Il grande “villain arc” di Butcher, seminato con cura nella quarta stagione attraverso le allucinazioni indotte dal Compound V tumorale, si è rivelato un mezzo petardo. Il dualismo con Kessler (un ottimo Jeffrey Dean Morgan che meritava ben altro approfondimento) doveva essere l’esplorazione abissale dell’oscurità umana, una discesa nietzschiana nell’oltreuomo.
Invece, il Butcher della quinta stagione soffre di una schizofrenia morale gestita a colpi di frusta. Inizia come potenziale grande cattivo, poi torna a fare il complice della banda, poi sembra pronto a sterminarli tutti per “il bene superiore”, per poi redimersi parzialmente nel finale. Ha dei sentimenti, certo (la scena in cui elimina Patriota anche per salvare Frenchie dimostra che il cuore batte ancora sotto quel trench nero), ma il balletto terapeutico con la sua parte oscura è stato gestito in modo confuso. L’oscurità di Butcher non fa paura se si accende e si spegne come le luci di Natale.

La caduta dei vecchi dei e la macchietta trumpiana

Se c’è un personaggio che incarna il concetto filosofico della “crepuscolo degli idoli”, quello è Patriota. Antony Starr merita tutti i premi del globo terracqueo per come ha tratteggiato la solitudine del dio onnipotente e disperato. Tuttavia, in questa stagione la scrittura ha esagerato con la satira politica speculare.
Il parallelismo con Donald Trump, che nelle prime stagioni era un sottile e inquietante specchio deformante della realtà americana, qui diventa didascalico, una vera e propria macchietta. Patriota non fa più paura. Non c’è quella tensione insostenibile degli inizi, quel terrore puro che provavi ogni volta che entrava in una stanza. Fino alla fine, non compie nulla di così eclatante o di genuinamente folle da giustificare lo status di “minaccia globale assoluta”. È un semidio isterico intrappolato in dinamiche burocratiche e comizi populisti che abbiamo già visto specchiati nei telegiornali reali. La realtà ha superato la satira, e la satira si è arresa.

The Boys 5

“Dunque al desiderio e alla ricerca dell’intero si dà nome Amore”

In questo deserto di cinismo e trame compresse, la luce più pura è stata paradossalmente quella di Frenchie. Insieme a A-Train, è lui il personaggio che ha goduto dell’evoluzione più profonda e dolorosa dell’intera serie. La sua transizione da drogato nichilista a uomo schiacciato dal peso della propria coscienza è scritta con il sangue.
I suoi momenti con Kimiko rimangono le uniche oasi di dolcezza ed empatia all’interno di uno show che altrimenti fa del sadismo il suo marchio di fabbrica. Ma allora, sorge spontanea una domanda teologica: perché non dare a loro un lieto fine degno di questo nome dato che gli altri Boys lo hanno avuto? In un finale in cui la maggior parte delle pedine trova una sua quadratura del cerchio (per quanto amara), negare la pace definitiva all’unica coppia genuinamente pura della serie sembra quasi un dispitto gratuito da parte degli sceneggiatori, un voler ribadire che “nel mondo di The Boys non c’è spazio per l’amore“, quando ormai la serie stessa è diventata un prodotto pop consolatorio.

The Boys 5 – Per concludere

L’ultima puntata soffre della “sindrome dell’esame universitario preparato la notte prima“. Si corre. Si corre tantissimo perché si è perso troppo tempo con gli episodi centrali e le marchette aziendali. Tutto si risolve in un battibaleno, lasciando lo spettatore con la sensazione di aver consumato un pasto da fast food: saziante sul momento, ma privo di nutrienti a lungo termine.
Nonostante questa gestione scellerata dei tempi e la palese sottomissione alle logiche del franchise che un tempo combatteva, The Boys 5 rimarrà comunque iconica. Ci sono sequenze visive e soluzioni registiche che rimarranno impresse nella storia della televisione pop. Ha chiuso un’era, ma lo ha fatto ricordandoci una grande verità biblica e capitalistica: non puoi distruggere il tempio se sei tu stesso a pagare l’affitto per l’altare.

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