Published
2 ore agoon
La lunga marcia di Stephen King – primo romanzo che il Re dell’orrore abbia mai scritto e pubblicato sotto lo pseudonimo di Richard Bachman – è sempre stato giudicato un romanzo impossibile da trasporre su pellicola: finalmente, questo adattamento, che può contare sulla regia di Francis Lawrence, è arrivato. Ecco cosa ne pensiamo.

Il film, come il libro da cui è tratto, è ambientato in un 1900 alternativo dove gli States, a seguito di una disastrosa guerra, sono poveri e disperati. Vittime di un regime militare violento, i cittadini più giovani possono iscriversi all’evento annuale de “la lunga marcia”: camminare per centinaia di miglia, senza mai fermarsi, nemmeno per dormire, mangiare o evacuare – chi smette di camminare e chi rallenta sotto le tre miglia orarie viene fucilato sul posto; l’ultimo sopravvissuto potrà conquistare inimmaginabili ricchezze e un desiderio.
Il protagonista della storia è Ray: riuscirà a sopravvivere alla lunga marcia e a conquistare un futuro migliore per se stesso e sua madre, oppure cadrà prima di tutti gli altri?
Sebbene la premessa su cui si basa la storia non sia delle più credibili, questo conta poco; La lunga marcia, infatti, è uno di quei film dove non conta il perché, ma il come. Ciò su cui puntano i riflettori Lawrence e King (che è produttore della pellicola) non è la lunga marcia in sé, ma le storture della nostra società, il marcio del mondo in cui siamo costretti a vivere – un’umanità corrotta che ci spinge al limite, che prima ci illude di avere libertà di scelta ma che poi ci costringe a intraprendere un’unica strada e a scommettere contro gli altri per poter sperare sopravvivere.

E’ possibile, si chiede l’autore, restare se stessi, essere giusti in una società perversa e ingiusta che ci costringe a sedere a un tavolo truccato? Possiamo scegliere davvero qualcosa quando ci obbligano a pescare la nostra mano solo tra gli scarti? Cos’è la vita se siamo costretti a continuare a camminare, a percorrere una strada senza senso fino a consumarci? Che senso hanno i sogni, i desideri, se il prezzo che paghiamo per conquistarli è il nostro corpo, la nostra mente e il sangue degli altri?
Il film – che, lo diciamo a favore dei lettori del romanzo, ha un finale diverso rispetto al libro – non è consolatorio né nemmeno facile da guardare, non ci offre una risposta alle domande che ci pone. Noi non possiamo far altro che consigliarvelo, a patto che abbiate un bel po’ di pelo sullo stomaco e che siate disposti a soffrire per qualche ora in sala insieme a Ray, Pete e a tutti gli altri.
___
Potrebbe interessarti anche:
Gli esercenti del centro storico contro l’ordinanza di Manfredi
___
Continua a seguirci su Facebook e scopri gli ultimi aggiornamenti cliccando qui


