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Il Diavolo veste Prada 2 // RECENSIONE

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Era difficile far peggio: questo il nostro giudizio su Il Diavolo veste Prada 2. La pellicola, oltre ad avere una fotografia fredda e scialba che già da sola rende il paragone con il primo capitolo impietoso, oltre a una trama debole che più che a una storia somiglia a un paio d’ore di scroll sui social e a dei personaggi trasfomati in caricatura, commette un peccato capitale: rinnega se stessa e il messaggio – quello sì, avanguardia pura – del film del 2006 e si trasforma in una lamentela fine a se stessa.

Il Diavolo veste Prada 2: di cosa parla?

Ma vediamo nel dettaglio le ragioni di questo disastro, e partiamo proprio dalla storia: all’inizio del film troviamo un’Andrea adulta e affermata giornalista che, durante una premiazione (che, manco a dirlo, ovviamente vince) viene licenziata tramite messaggio. Alla ricerca di un nuovo impiego, un nuovo lavoro – naturalmente strapagato – le cade dal cielo: la vogliono proprio a Runway, rivista di moda da cui da giovane era fuggita dopo appena pochi mesi, per rilanciarne la reputazione.

Iniziano proprio qui le note dolenti: anche volendo soprassedere su quanto sia messa alla prova la sospensione dell’incredulità dello spettatore con questo comodo escamotage, già in questi primi minuti troviamo dei personaggi stravolti e snaturati. Non siamo davanti a delle persone che, in vent’anni, sono comprensibilmente cambiate, magari cresciute; no: quelli che abbiamo di fronte ai nostri occhi non sono più Andrea, Miranda e Nigel ma mostruose chimere che sono per metà, ma forse anche per due terzi, puro fanservice.

Don’t be ridicolous, Andrea…

Nigel, che già vent’anni fa stava cercando di fuggire dalle grinfie di Miranda, sembra ormai non solo aver accetatto il suo destino, ma di aver dimenticato i sogni che aveva nel 2006; Miranda stessa, dal canto suo, da demonio incarnato si è ridotta a essere un’anziana da proteggere, un po’ pungente, certo, ma quasi simpatica. E Andrea… Tutto il senso del primo film era nell’ultimo dialogo tra Andy e Miranda: “Non essere ridicola, Andrea. Tutti diceva il diavolo “vogliono essere noi“; ma non Andy, che infatti si licenziava e andava via da Runway, correndo il rischio di dover affrontare ripercussioni e una carriera spezzata.

Ma perché si licenziava? Perché Il Diavolo veste Prada non era solo una commedia, ma un precursore dei tempi che ben prima del quiet quitting e delle grandi dimissioni aveva capito dove stava andando il mondo e sussurrava ai suoi spettatori: c’è qualcosa di più, oltre il lavoro, c’è qualcosa che ha più valore del prestigio e anche del denaro; non tutto è in vendita, diceva Andy che andava via e lanciava il suo atroce cellulare a conchiglia nella fontana, non tutto è oro quel che luccica.

… e invece sì

Cosa resta di questo messaggio in questo sequel blasfemo? Nulla.

Andy è una workaholic convinta che ha ben poco oltre la carriera nella propria vita – l’unico rapporto umano che ha è con l’amica gallerista e sua figlia – che quando torna da Runway scivola di nuovo nella spirale di follia che obbliga i suoi dipendenti a sacrificare tutto sull’altare del lavoro; e non solo Andy fa questo, ma lo fa con gioia, con convinzione, sorridendo nei suoi abiti griffati (comprati al mercatino, ma pur sempre abiti griffati) come fosse in una reclame di bassa lega. Tutto questo mentre intraprende una relazione romantica (che non solo si sviluppa in maniera inverosimile e che non apporta alcunché alla storia) in cui lei ricopre il ruolo che vestiva il suo fidanzato nel primo film: Andy tratta il suo interesse amoroso con saccenza ed egocentrismo, dimostrando in più di una fase del film di essere del tutto incapace di comprendere chi è diverso da lei.

La complessità del rapporto con Miranda è scomparsa, il personaggio del Diavolo svuotato di senso e Andrea, che teoricamente dovrebbe essere molto brillante, ridotta a manichino un po’ naive su cui posare abiti di alta moda mentre in sala viene sparato l’ultimo singolo di Lady Gaga.

Un mondo senza futuro e incapace di vivere il presente

Il Diavolo Veste Prada 2 è la rappresentazione plastica di come la società in cui siamo immersi sia del tutto incapace non solo di immaginare un futuro, ma persino di vivere nel presente: al netto delle tematiche attuali, che però non vengono trattate in maniera realistica e che risultano solo un pretesto sciatto e debole per avviare il conflitto, tutto ciò che fa questo film è appellarsi all’effetto nostalgia. Un’operazione commerciale ben riuscita, visto che gli spettatori non vedono l’ora di dimenticare questo presente senza speranza per rifugiarsi nel passato; più che vedere davvero ciò che hanno davanti, sembrano limitarsi a ricordare come si sentivano quando hanno visto questi personaggi nella prima volta, nel 2006.

Ma perché è successo questo? Perché sono anni che il cinema viene svuotato di senso e che le storie sono state ridotte a campanello pavloviano. Non importa che la trama sia ben costruita né che si abbia qualcosa da dire: ciò che conta è vendere e ciò che vende adesso è il passato, quando ancora il mondo era ancora capace di fare una promessa declinata al futuro.

Il Diavolo veste Prada 2: vale la pena vederlo?

Insomma: questo film proprio non ci è piaciuto. Fatevi un favore: risparmiate i soldi del biglietto e fingete che Il Diavolo veste Prada 2 non sia mai esistito.

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