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La storia produttiva di Good Omens è piuttosto controversa: il Covid ha bloccato le riprese della seconda stagione e il finale, purtroppo, ha risentito delle accuse di molestie sessuali che pesano su Neil Gaiman.
Per questo motivo, non abbiamo una terza stagione composta da sei episodi, ma solamente un film dalla durata di 90 minuti. Il gran finalmente è sulla piattaforma Prime Video: ecco cosa ne pensiamo.

Aziraphale ha preso il posto di Gabriele come Supremo Arcangelo ed è pronto ad attuare il Secondo Avvento, mentre Crowley, con il cuore spezzato, vaga nel caos della Terra. Tuttavia le cose non andranno come il Paradiso aveva previsto e l’angelo e il demone saranno costretti a risanare il loro rapporto per evitare un’ultima Apocalisse.
Oltre David Tennant e Micheal Sheen nei panni dei protagonisti, il cast principale prevede questi attori: Doon Mackichan (Michael), Toby Jones (Satana), Gloria Obianyo (Uriel), Paul Chahidi (Sandalphone), Quelin Sepulveda(Muriel), Bilal Hasna (Gesù), Derek Jacobi (Metatron), Liz Carr (Saraqael) e Tanya Moodle (Dio).

Il finale ci sbatte in faccia il grande dilemma filosofico: cos’è davvero il Bene? Se per secoli ci hanno insegnato che il Bene è obbedienza e il Male è ribellione, Good Omens 3 ribalta il tavolo. Qui, il Paradiso somiglia a una multinazionale con troppa luce al neon e zero empatia, mentre l’Inferno è solo una burocrazia inefficiente che puzza di umido.
Siamo di fronte a una critica quasi kantiana della moralità: non conta l’origine del comando (divino o diabolico), ma l’autonomia della volontà. Aziraphale e Crowley scelgono di essere “buoni” non perché seguono un manuale, ma perché provano compassione. Come direbbe qualcuno più intelligente di me, il Male non è l’opposto del Bene, è l’assenza di pensiero critico. E i nostri due protagonisti di pensiero critico (e di critiche ai rispettivi boss) ne hanno da vendere.
Il finale affronta un tema coraggioso: la religione non ci offre risposte. È una doccia fredda per chi cerca certezze nei testi sacri o nelle gerarchie angeliche. Il film ci dice chiaramente che non sappiamo se ci sia qualcosa dopo la morte, né se esista un Piano Ineffabile che abbia un senso logico.
Questa incertezza è, paradossalmente, la cosa più rassicurante del film. Se non c’è un destino scritto, allora siamo liberi. La morte rimane quel “grande forse”, un vuoto che non viene riempito da angeli con le arpe, ma dal silenzio. È una conclusione nichilista? Al contrario, è profondamente vitale: se non sappiamo cosa c’è dopo, tanto vale godersi il durante.

Purtroppo, come abbiamo già detto, lo scandalo Gaiman ha inciso sulla scrittura della conclusione.
Si sente il fiato corto, alcuni passaggi sembrano correre più veloci di Crowley sulla sua Bentley in fiamme.
È un vero peccato che Jon Hamm (il nostro amatissimo e odiatissimo Gabriele) e altri volti storici non siano della partita. La loro assenza crea un vuoto pneumatico che nemmeno tutto il carisma dei protagonisti riesce a colmare del tutto. Tuttavia, c’è da fare un plauso alla presenza dell’interprete di Sam Taylor Buck, il nostro Adam, ovvero l’Anticristo della prima stagione: un tocco di nostalgia che ci ricorda dove tutto è iniziato e chi ha effettivamente fermato la prima fine del mondo. La sua partecipazione salva un po’ quella sensazione di “festa a metà” data dai tagli di budget o di tempo.

Iniziamo dalla portata principale: Michael Sheen e David Tennant. Dire che hanno “chimica” è come dire che il sole è “tiepido”. Questi due non recitano, danzano un minuetto metafisico che sfida le leggi della fisica e del buon gusto sartoriale. La loro interpretazione è il cuore pulsante di tutto il progetto. Sheen infonde in Aziraphale una fragilità luminosa e una golosità spirituale che ti fa venir voglia di proteggerlo dal mondo intero; Tennant, d’altro canto, ci regala un Crowley che è un concentrato di ansia esistenziale mascherata da rockstar in pensione.
La scelta di renderli umani in questo epilogo non è solo una svolta narrativa, è un atto rivoluzionario. Togliergli le ali (metaforiche e letterali) per lasciarli con nient’altro che il sapore di un buon vino e la reciproca compagnia trasforma un fantasy teologico in un’opera profondamente intimista. Non sono più pedine di una scacchiera cosmica; sono solo due tizi che hanno deciso che il pranzo è più importante dell’Armageddon.

Nonostante la fretta narrativa e l’assenza di alcuni pesi massimi del cast, Good Omens 3 riesce a emozionare. Ci insegna che essere umani non è una condanna, ma un privilegio che anche gli angeli e i demoni invidiano.
In fondo, la vita è come la libreria di Aziraphale: un po’ polverosa, piena di cose vecchie che nessuno capisce bene, ma terribilmente accogliente se hai qualcuno con cui condividerla. Brindiamo alla nostra ineffabile ignoranza: non sappiamo dove andremo, ma almeno abbiamo dell’ottimo vino (e un demone che sa guidare molto veloce).

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