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Generazione Yolo: il lavoro cambia

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Per Millennials e Gen Z il lavoro non è più necessariamente il centro intorno al quale costruire la propria vita. Sempre più giovani mettono sullo stesso piano stipendio, tempo libero, benessere personale e possibilità di scegliere. È una trasformazione che ha trovato nel concetto di YOLO, acronimo di You Only Live Once, una delle sue espressioni più riconoscibili.

L’idea di fondo è semplice: se la vita è una sola, vale la pena chiedersi quanto spazio debba occupare il lavoro e quanto, invece, debba essere restituito alla dimensione personale.

Quando il lavoro smette di essere una priorità assoluta

Il termine YOLO Economy è diventato particolarmente popolare nel 2021, quando il giornalista del New York Times Kevin Roose lo utilizzò per descrivere alcuni dei cambiamenti prodotti dalla pandemia nel rapporto tra persone e occupazione.

Dopo mesi di isolamento, lavoro a distanza e trasformazioni improvvise, una parte dei lavoratori americani iniziò a mettere in discussione carriere e impieghi considerati fino a poco tempo prima indispensabili. C’era chi lasciava un posto sicuro per cambiare settore, chi decideva di avviare un’attività e chi, semplicemente, sceglieva di dedicare più tempo alla propria vita.

La pandemia, in questo senso, ha accelerato una riflessione già presente: che senso ha guadagnare bene se il lavoro assorbe quasi tutto il tempo disponibile?

Dagli Stati Uniti all’Italia, il significato cambia

La stessa parola, però, descrive situazioni molto diverse.

Secondo la sociologa Milena Gammaitoni, docente all’Università Roma Tre, negli Stati Uniti la YOLO Economy ha coinvolto soprattutto persone con una maggiore disponibilità economica, quindi lavoratori in grado di permettersi una pausa o un cambiamento professionale.

Le ragioni possono essere diverse: lasciare un ambiente considerato nocivo, cercare nuove opportunità formative oppure recuperare tempo e autonomia.

In Italia, invece, la situazione appare più complessa. Qui la scelta di cambiare lavoro o rifiutare determinate condizioni professionali non nasce necessariamente da una posizione economica privilegiata. Per molti giovani è legata soprattutto alla difficoltà di costruire un futuro stabile attraverso il lavoro tradizionale.

La promessa del futuro non basta più

Per generazioni cresciute con l’idea che studio, sacrificio e carriera avrebbero portato prima o poi alla stabilità, il mercato del lavoro ha prodotto una realtà molto diversa.

Alessandro Gandini, ricercatore dell’Università di Milano e coordinatore del progetto GENWORK, evidenzia proprio questo cambiamento nel rapporto dei giovani con l’occupazione.

Per una parte della Generazione Z il lavoro diventa uno strumento, non più necessariamente un’identità. L’obiettivo è ottenere un reddito, ma senza rinunciare completamente al tempo, alle relazioni e agli interessi personali.

La domanda non è quindi soltanto “quanto posso guadagnare?”, ma anche “che vita posso permettermi con questo lavoro?”.

Il nuovo valore del tempo

La ricerca di un maggiore equilibrio tra professione e vita privata emerge anche dalle trasformazioni osservate durante la pandemia.

Il Work Trend Index di Microsoft del 2021 segnalava che oltre il 41% della forza lavoro globale stava valutando la possibilità di cambiare occupazione. Nello stesso periodo veniva evidenziato un aumento della pressione digitale: più riunioni online, maggiore utilizzo delle chat aziendali e una crescente difficoltà a separare l’orario lavorativo dalla vita personale.

Da qui nasce anche una nuova richiesta nei confronti delle aziende: non soltanto uno stipendio, ma flessibilità, autonomia e possibilità di organizzare il proprio tempo.

Il lavoro ibrido e quello da remoto hanno contribuito a rendere questa esigenza ancora più evidente.

In Italia il problema è anche la precarietà

Il caso italiano presenta però una contraddizione importante.

Da una parte cresce il desiderio di libertà professionale; dall’altra, per molti giovani, quella libertà coincide con contratti temporanei, stipendi contenuti e difficoltà a progettare il futuro.

La sociologa Milena Gammaitoni parla di una rottura del tradizionale patto tra generazioni. Casa, pensione e posto fisso, considerati per decenni elementi fondamentali della sicurezza economica, non rappresentano più una prospettiva facilmente raggiungibile per molti giovani.

Il risultato è una diversa concezione del sacrificio. Se il sacrificio non produce stabilità, crescita economica o migliori condizioni di vita, diventa più difficile accettarlo come investimento sul futuro.

Il posto fisso non è più il sogno di tutti

La trasformazione emerge anche nelle esperienze individuali.

Federico Giuliani, 29 anni, educatore e ricercatore, racconta di non considerare il posto fisso necessariamente rassicurante. Al contrario, teme che possa limitare la possibilità di cambiare direzione e di mantenere una certa autonomia intellettuale.

Per lui il lavoro non coincide con l’identità personale. È una distinzione sempre più presente tra i giovani: fare un determinato mestiere non significa essere quel mestiere.

Una posizione simile emerge dalla testimonianza di Valerio Greco, insegnante di sostegno precario, che guarda alla ricerca come possibile evoluzione professionale. La sua situazione è resa possibile anche dal sostegno familiare e da condizioni economiche che gli permettono di valutare alternative al percorso già intrapreso.

Ed è proprio qui che emerge uno dei nodi centrali della YOLO Economy italiana: la possibilità di scegliere non è uguale per tutti.

La famiglia come rete di sicurezza

A sottolineare questo aspetto è Cinzia Niolu, docente dell’Università di Roma Tor Vergata.

Nel contesto italiano, la famiglia continua spesso a svolgere una funzione di protezione economica che in altri Paesi è maggiormente affidata al welfare pubblico.

Questo sostegno può permettere a un giovane di attraversare un periodo di disoccupazione, accettare un contratto temporaneo o tentare un nuovo percorso professionale senza trovarsi immediatamente in una situazione di grave difficoltà economica.

Ma il meccanismo produce anche una disuguaglianza: chi può contare sulla famiglia dispone generalmente di più margini per sperimentare e cambiare.

Quando il distacco dal lavoro diventa disillusione

La ricerca di autonomia non deve però essere confusa automaticamente con maggiore benessere.

Niolu richiama anche l’attenzione sulla solitudine percepita e sulla disillusione che interessano una parte della Generazione Z. Il dubbio sul valore dello studio e della laurea, soprattutto quando non si traduce in concrete opportunità professionali, può alimentare una sensazione di inutilità.

A differenza delle grandi mobilitazioni collettive del passato, il malessere contemporaneo appare spesso più individualizzato. Le persone affrontano problemi simili, ma con meno capacità di trasformarli in una rivendicazione comune.

Dal Quiet Quitting a un rapporto più distante con l’azienda

Il fenomeno si inserisce in una trasformazione più ampia del rapporto con il lavoro.

Secondo i dati Gallup del 2023 citati nel testo, soltanto il 5% dei lavoratori italiani si dichiarava coinvolto nel proprio impiego, mentre in Europa il cosiddetto Quiet Quitting, cioè la scelta di limitarsi a quanto richiesto formalmente dal proprio ruolo, riguardava una quota molto ampia della forza lavoro.

Il punto non è necessariamente che i giovani non vogliano lavorare. In molti casi sembra piuttosto cambiare ciò che si aspettano dal lavoro.

L’azienda non viene più necessariamente considerata una comunità alla quale dedicare ogni energia, ma uno degli elementi che compongono la vita personale.

Anche le università cercano nuove risposte

Il tema del benessere psicologico è entrato anche nel mondo accademico.

Il progetto PRO-BEN, attraverso il programma UNIST-HEALTH e il coinvolgimento di diversi atenei italiani, ha avviato attività di monitoraggio e iniziative dedicate al benessere degli studenti.

Tra gli strumenti sviluppati figura anche il programma digitale YOLO, pensato per sostenere la flessibilità psicologica e prevenire situazioni di disagio che possono interferire con il percorso universitario.

È un segnale di un cambiamento più ampio: il benessere non viene più considerato soltanto una questione privata, ma anche una componente della formazione e della vita professionale.

Che cosa dovranno cambiare le aziende

La trasformazione della Generazione Yolo pone quindi una domanda anche alle imprese.

Se per decenni la carriera è stata costruita intorno alla disponibilità del lavoratore a sacrificare tempo e interessi personali, oggi questo modello incontra una crescente resistenza.

Flessibilità, autonomia, possibilità di crescita, equilibrio tra lavoro e vita privata e riconoscimento personale diventano elementi sempre più importanti nella scelta di restare o cambiare occupazione.

Il messaggio che arriva dalle nuove generazioni non è necessariamente un rifiuto del lavoro. È piuttosto il rifiuto dell’idea che lavorare debba significare rinunciare alla propria vita.

La YOLO Economy, in questo senso, racconta soprattutto un cambio di prospettiva: il futuro continua a essere importante, ma non è più sufficiente come promessa per giustificare qualsiasi sacrificio nel presente.

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