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19 ore agoon
Stando a quando viene riportato, Atene avrebbe messo in atto un coordinamento tattico insieme a Tel Aviv per permettere l’assalto alla Global Sumud Flotilla.
La ricostruzione che emerge è quella di un’attesa calcolata: la Guardia Costiera avrebbe atteso il completamento di ogni singola fase dell’operazione dell’IDF (l’abbordaggio, le percosse, i sequestri) prima di palesarsi. Inoltre, le unità greche hanno mantenuto costantemente i riflettori puntati sull’imbarcazioni della Flotilla. L’intento era quello di offrire la illuminazione idonea ai droni israeliani che pattugliavano il cielo.
Quello che desta sospetto sono le otto ore di silenzio da parte di Atene. Il portavoce Pavlos Marinakis ha confermato che nell’area dell’assalto erano presentati tre unità elleniche, ma quest’ultime si sono mosse solamente all’alba di giovedì per prestare aiuto e trasportare i superstiti sulla terraferma.
Secondo gli attivisti il ritardo non è dovuto a una svista burocratica, ma in realtà si voleva garantire a Israele il tempo necessario per agire indisturbato, nell’ombra protetta di un porto europeo. Nella notte dell’assalto, la parlamentare greca Peti Perka, esponente del partito New Left, avrebbe tentato più volte di contattare il Ministero della Marina per chiedere l’attivazione immediata dei soccorsi.
Quanto accaduto assume un peso enorme, dato che, nel diritto internazionale marino, un’emergenza civile ricade normalmente sotto le autorità di ricerca e soccorso e sotto il coordinamento della Guardia Costiera. Il passaggio immediato del dossier alla Difesa implica invece una riclassificazione dell’evento: non più un’operazione di salvataggio, ma una questione di sicurezza militare.
Il titolare degli Esteri ha cercato di giustificare l’avvenuto affermando che l’abbordaggio è avvenuto in acque internazionali, in “acque di nessuno” per la precisione, dove le unità elleniche non avevano potere di intervento. Tuttavia, basandoci sulle coordinate della Flotilla, le imbarcazioni si trovavano a 4 miglia nautiche dalla costa di Creta, di fronte al porto di Atherinolakkos.
Il diritto internazionale, infatti, riporta lo Stato costiero esercita il proprio potere e la propria sovranità entro il limite di 12 miglia, dunque la Grecia aveva il dovere di intervenire.
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