Cronaca
Ergastolo per Calabrò e Latella per l’omicidio di Cristina Mazzotti.
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1 mese agoon
Dopo Cinquant’Anni di Ombre e Attese
Como, 4 febbraio 2026 – Una pagina lunga e travagliata della cronaca italiana si chiude simbolicamente oggi, a più di mezzo secolo di distanza dai fatti che sconvolsero l’opinione pubblica e misero in luce, per la prima volta in modo così drammatico, la presenza e l’attività criminale della ‘ndrangheta nel Nord Italia. La Corte d’assise del Tribunale di Como ha emesso due condanne all’ergastolo nei confronti di Giuseppe Calabrò, 74 anni, e Demetrio Latella, 71 anni, riconosciuti colpevoli del concorso nell’omicidio volontario aggravato della giovane Cristina Mazzotti, sequestrata a Eupilio (Como) il 30 giugno 1975 e ritrovata morta il 1° settembre dello stesso anno in una discarica di Galliate (Novara).
La sentenza, attesa da generazioni e sospirata soprattutto dai familiari della vittima, rappresenta una tappa fondamentale di un percorso giudiziario segnato da attese, riaperture di indagini, prescrizioni e nuove acquisizioni tecniche: un lungo viaggio tra storia criminale italiana e ricerca di verità e giustizia.
Il Delitto che Scosse l’Italia: Il Sequestro di Eupilio
Era il tardo pomeriggio del 30 giugno 1975 quando la vita della diciottenne milanese Cristina Mazzotti fu spezzata in modo brutale. La giovane, reduce dai festeggiamenti per la sua promozione al terzo anno di liceo, stava rientrando con il fidanzato e un’amica verso la sua villa di famiglia a Eupilio, nel cuore del Lago di Como, quando un commando armato bloccò l’auto, un’utilitaria Mini Minor, intercettando così quel tragico destino.
Le dinamiche precise di quell’azione furono da subito avvolte da un alone di mistero: i sequestratori furono rapidi e spietati, separando Cristina dagli altri occupanti dell’auto e trasportandola via. In breve, fu chiaro alle autorità che non si trattava di un semplice sequestro di persona qualunque, ma dell’opera di individui legati a organizzazioni criminali strutturate, con finalità di estorsione.
La richiesta di riscatto, consegnata al padre di Cristina, Helios Mazzotti, un imprenditore nel settore dei cereali notissimo e stimato, fu di cinque miliardi di lire, una somma astronomica anche per l’epoca. Il genitore riuscì a raccogliere circa 1 miliardo e 50 milioni, che venne consegnato ai rapitori nella speranza di avere indietro la figlia. Ma quel gesto disperato non fu sufficiente: trascorsi 28 giorni di prigionia, il corpo senza vita della giovane fu trovato abbandonato in una discarica nella periferia di Galliate, nel Novarese, il 1° settembre 1975.
Con il ritrovamento del cadavere si dissolse ogni speranza di un lieto fine e si impose un primo incredulo interrogativo: come poteva un sequestro a scopo di estorsione con riscatto finire in modo così tragico? Quale fu il peso delle responsabilità e delle omissioni? Come poter dare giustizia alla memoria di una ragazza strappata alla vita?
Un Processo Morto e Riaperto: Strade Giudiziarie nel Tempo
Nel 1977, solo due anni dopo il delitto, si aprì un primo processo nei confronti di numerosi esponenti di un’organizzazione criminale che operava tra Lombardia, Piemonte e Calabria, legata alla ‘ndrangheta. Al termine di quell’istruttoria il tribunale emise 13 condanne, di cui otto all’ergastolo. Tuttavia, in quel primo vaglio giudiziario non furono compresi tutti i membri del commando che aveva materialmente sequestrato Cristina.
Il processo moderno, iniziato decenni dopo con una indagine riaperta, ha infatti portato il collegio giudicante a dover ricostruire quelle fasi grazie al contributo delle tecnologie investigative, delle testimonianze rinnovate e degli elementi raccolti nel corso degli anni. Elemento cruciale fu l’attribuzione di un’impronta digitale a uno degli imputati, Demetrio Latella, grazie al sistema AFIS della Polizia Scientifica di Roma, un sistema automatico di identificazione entrato in uso solo nel 1999 e capace di comparare vecchi repertati con nuovi archivi digitali.
Quell’attribuzione permise di collegare indizi vecchi di anni alle nuove piste investigative. Non si trattò di un mero dato tecnico, ma di una svolta: gli investigatori, anche grazie alle indicazioni dei familiari della vittima e alla perseveranza delle autorità giudiziarie, poterono forzare un caso che per troppo tempo era rimasto congelato nei meandri della memoria collettiva.
La Sentenza di Oggi
Nel pomeriggio di mercoledì 4 febbraio 2026, nel Palazzo di Giustizia di Como, la Corte d’assise ha finalmente pronunciato il verdetto atteso da mezzo secolo. Alla presenza di familiari, operatori giudiziari e rappresentanti della comunità, i giudici hanno dichiarato colpevoli di concorso in omicidio volontario aggravato Giuseppe Calabrò e Demetrio Latella, condannandoli alla pena dell’ergastolo.
Calabrò, 74 anni, originario di San Luca (Reggio Calabria) e Latella, 71 anni, detto “Luciano”, anch’egli calabrese ma da tempo residente in provincia di Novara, sono stati giudicati responsabili del ruolo avuto nella detenzione, nelle condizioni disumane e nell’esito mortale del sequestro di Cristina. Per i giudici, la loro partecipazione ai fatti fu tale da rappresentare un contributo determinante, anche se non tutti i dettagli materiali furono espressamente ricostruiti nel racconto processuale.
Al contrario, per il reato di sequestro di persona a scopo di estorsione, la Corte ha dichiarato estinto il reato per intervenuta prescrizione, una norma che tiene conto del lungo tempo trascorso dai fatti oggetto del processo.
Un terzo imputato, Antonio Talia, 73 anni, di Africo (Reggio Calabria), è stato invece assolto con formula piena, poiché ritenuto non aver commesso il fatto contestato.
Com’è prassi in casi di grande impatto sociale e civile, oltre alla pena detentiva, la Corte ha disposto che Calabrò e Latella versino una provvisionale di 600.000 euro ciascuno a favore di Vittorio e Marina Mazzotti, fratello e sorella della vittima, come riconoscimento del danno subito per la morte di Cristina.
Reazioni e Conseguenze
La sentenza è stata accolta con emozione dai presenti in aula, in particolare dai familiari di Cristina, che per anni hanno portato avanti una strenua battaglia per ottenere verità e giustizia. Per loro, quello di oggi non è soltanto un verdetto, ma una sorta di riscatto morale e sociale per una perdita immensa.
Nel corso della lettura del dispositivo, erano presenti anche rappresentanti di studenti del liceo frequentato da Cristina, a testimonianza del fatto che la vicenda ha lasciato un segno profondo non solo nei familiari ma nell’intera comunità, in particolare tra le giovani generazioni.
I difensori degli imputati hanno assunto fin da subito posizioni critiche rispetto alla ricostruzione accusatoria. È molto probabile che la difesa faccia ricorso in appello, avviando un nuovo capitolo processuale. Tuttavia, la sentenza odierna rappresenta comunque un punto saldo nel percorso giudiziario di un caso storico della cronaca italiana.
Un Caso Simbolo contro l’Impunibilità
La vicenda di Cristina Mazzotti non è solo una tragica storia di cronaca nera: è un simbolo dell’impegno dello Stato contro l’impunità e contro le mafie, in particolare contro la ‘ndrangheta, che a partire dagli anni Settanta ha esteso la sua influenza ben oltre i confini della Calabria, fino a radicarsi nel Nord Italia.
Il caso ha segnato una sorta di spartiacque, perché per la prima volta la morte di una giovane donna rapita fu collegata alla più ampia strategia criminale dell’organizzazione calabrese, facendo emergere la volontà di controllo del territorio e di imposizione del terrore anche in aree lontane dai tradizionali centri di potere mafioso.
Conclusione: Una Verità Lenta ma Inesorabile
La sentenza di oggi non riscrive il passato, non riporta in vita una giovane strappata brutalmente alla vita, ma segna un importante passo verso la giustizia e verso la memoria di una tragedia che ha segnato decine di famiglie e comunità. Cinquant’anni dopo i fatti, il lungo iter giudiziario ha finalmente consegnato alla storia una sentenza che fotografa la responsabilità e mette fine a un lungo silenzio.
Per la famiglia Mazzotti e per chi ha lottato instancabilmente per non lasciare il caso nel dimenticatoio, è una giornata irripetibile, in cui la giustizia – lenta ma inesorabile – ha finalmente bussato alla porta del tempo.
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