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Pensioni minime: quanto costerà l’aumento?

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Pensioni minime oltre 621 euro, governo al lavoro. Incentivi per chi rinvia l’uscita. Quasi 1,8 milioni di assegni coinvolti.

Il governo Meloni lavora a un intervento sulle pensioni minime. Il tentativo è di portarle oltre i 621 euro. Si pensa anche a nuovi incentivi per convincere chi ha i requisiti per l’accesso alla pensione anticipata a restare al lavoro.

Quanto pesa l’inflazione sulle pensioni?

Oltre a confermare l’intervento del 2023-24 che le ha fatte arrivare quest’anno a 614,77 euro, ci si potrebbe spingere più in là dando aggiunta alla rivalutazione rispetto all’inflazione che dovrebbe essere dell’1% un ulteriore incremento.

L’aumento delle pensioni minime era stato deciso con la legge di Bilancio per il 2023 “in via transitoria” per il 2023 e per il 2024. Si pone quindi il problema di non ridurre gli importi di questi assegni dal 2025. L’anno scorso per l’incremento supplementare di questi assegni del 2,7% furono stanziati 379 milioni. I trattamenti che potrebbero essere coinvolti dovrebbero essere poco meno di 1,8 milioni.

Prevista una spesa di 379 milioni di euro

Per l’aumento delle pensioni minime nel 2024 la spesa prevista nella legge di Bilancio è di 379 milioni di euro. Dovrebbero essere riconfermate con le regole stringenti stabilite per le uscite dal lavoro a partire da quest’anno, le misure Ape sociale, Opzione donna e Quota 103 (62 ani di età e 41 di contributi) con il ricalcolo contributivo.

Questo ha dissuaso la gran parte delle persone che hanno raggiunto i requisiti nell’anno. Molti hanno scelto di continuare a lavorare e aspettare di raggiungere i 42 anni e 10 mesi di contributi che consentono di andare in pensione anticipata senza ricalcolo della pensione interamente con il sistema contributivo.

Una misura non così impegnativa dal punto di vista economico, ma che sarebbe un segnale d’attenzione sul sempre caldissimo fronte delle pensioni. Poco più di una settimana fa già dal tavolo di confronto con i sindacati sul Psb era emerso che l’esecutivo non era intenzionato a nessun cambiamento con una conferma delle misure per il 2025. 

Pensioni anticipate o restare su base volontaria

Si discute ancora anche della possibilità per i lavoratori pubblici che hanno compiuto 65 anni e hanno 42 anni e 10 mesi di contributi e che hanno quindi la possibilità di andare in pensione anticipata (41 e 10 per le donne) di restare al lavoro, su base volontaria, senza che l’amministrazione possa mandare in pensione come avviene ora.

Il cosiddetto Bonus Maroni che consente a chi ha i requisiti per la pensione anticipata di chiedere di avere in busta paga i contributi a carico del lavoratore (il 9,19% della retribuzione) rinunciando all’accredito sul proprio montante contributivo, non ha funzionato perché non conveniente dal punto di vista fiscale.

Nel 2024 è stata usata da poche centinaia di persone. Il Governo ragiona quindi sull’esenzione fiscale per questo bonus o una riduzione della tassazione sulla base di quanto avviene per gli aumenti salariali previsti dalla contrattazione di secondo livello. Ma è possibile anche che sia previsto un accredito figurativo per l’importo previsto dal bonus e che questo sia esteso anche per chi ha i requisiti per la pensione anticipata indipendente dall’età, ovvero ha maturato 42 anni e 10 mesi di contributi.

Una possibilità che però ha bisogno di risorse.

Nuovo semestre di silenzio assenso per il Tfr

Sempre sul fronte previdenziale si studia l’adozione di un nuovo semestre di silenzio assenso per il conferimento del Tfr alla previdenza integrativa.

Ciò varrà non solo per i nuovi assunti ma anche per coloro che sono già occupati che qualora non avessero già conferito il Tfr maturando ai fondi e non volessero farlo dovranno dirlo esplicitamente. In mancanza di comunicazione il Tfr dovrebbe andare al fondo di previdenza della categoria

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