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Don’t stress your schwa! – perché è così difficili essere inclusivi in Italia?

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articolo di Saveria Russo

L’Accademia della Crusca dice no “allo schwa”: in italiano non esiste il genere neutro, si deve usare il maschile plurale. Una presa di posizione che fa discutere tutto il web, soprattutto i più giovani.

La vocale della discordia

Negli ultimi tempi si parla spesso di rispetto nei confronti di ogni genere e proprio da questa prospettiva è nata l’idea di “creare” una desinenza neutra da poter utilizzare in vari contesti.

L’unico problema è che a differenza del latino e del greco o dell’inglese che utilizza they/them, l’italiano non ha un genere neutro, quindi si è pensato di introdurre loSchwa”. Proprio su questo si è espressa l’Accademia della Crusca.

Ma cos’è lo Schwa?

Per poter capire bene, è necessario fare un brevissima lezione di linguistica.

Lo schwa, di norma, non lo si trova nelle tastiere dei computer o dei cellulari, non è quindi un simbolo familiare per chi, come noi, parla e scrive una lingua europea. Ma è un simbolo che, invece, i linguisti conoscono bene perché è presente nell’alfabeto fonetico internazionale, cioè il sistema di scrittura alfabetico utilizzato per rappresentare i suoni delle lingue.

Il simbolo dello schwa è una piccola e rovesciata (ə), che va ad identificare una vocale intermedia, il cui suono si pone esattamente a metà strada fra le 5 vocali esistenti. Si pronuncia tenendo rilassata la bocca, aprendola leggermente e senza deformarla in alcun modo. E’ più difficile da spiegare che da fare: si puà fare un esempio pensando alla pronuncia della vocale finale nei dialetti del centro Italia, in cui “sempre” diventa semprə, “bello” diventa bellə e uesta proprio è la pronuncia dello schwa.

E’ un suono, quindi, già presente nella lingua italiana ma che, nello scritto non si riesce a codificare in un preciso simbolo.

Fino a qualche tempo fa, quando si scrivevano alcune parole a cui non si voleva associare né il genere maschile né il genere femminile, per evitare di escludere le persone gender fluid venivano usati l’asterisco (*) o la chiocciola (@) .

Da qualche tempo, tuttavia, la sociolinguistica specializzata in comunicazione digitale ha proposto l’uso di questo simbolo adatto ad indicare un genere indistinto, cioè la (ə).

Ciò non significa abolire il maschile e il femminile, ma dal momento che ci sono persone che non si riconoscono in questi due generi, può essere corretto trovare un genere neutro che li faccia sentire bene nel proprio corpo.

Pertanto la strada per una completa inclusione è ancora lunga, ma si possono vedere alcuni piccoli passi.

Sono diverse le realtà in cui si sta cominciado ad utilizzare lo Schwa: per esempio la casa editrice “effequ” ha sviluppato una linea editoriale che utilizza il simbolo (ə) come opzione per indicare un “neutro” o un “generico”. 

Anche il comune di Castelfranco Emilia, in alcuni contesti più “inclusivi”, ha cominciato ad utilizzare lo schwa come definenza finale al posto del plurale maschile.

Le istituzioni di Castelfranco Emilia, hano definito lo schwa come “esercizio di cura”, una splendida definizione.

Rispetto e accettazione di tuttǝ

L’idea di utilizzare lo Schwa al posto di una desinenza maschile per i vocaboli che comprendono sia uomini che donne o per indicare le persone che non si riconoscono in un binarismo di genere, è una manifestazione di riconoscimento e rispetto di tuttǝ.

La sua maggiore diffusione potrebbe aiutare con il problema della discriminazione transgender e l’uso di termini non adeguati.

Tuttavia, come già detto, questo segno è ancora sconosciuto alla maggior parte delle persone e non esiste ancora un modo per digitarlo in maniera semplice su smartphone e computer; anche i lettori di schermo e di testo non sentono pronunciare alcun suono e ogni volta che compare lo schwa si sente pronunciare “e-girata”.

Cosa si puà fare? “Creare” un italiano più inclusivo.

L’italiano è una lingua nella quale i sostantivi hanno o genere maschile o femminile e questo rende molto difficile parlare in modo neutro di un oggetto o soggetto. Al contrario si può dire dell’inglese, in cui le poche parole che hanno forme diverse a seconda del genere, di solito hanno un’alternativa neutra: basti pensaresister (sorella) e brother (fratello), che in una versione neutra della parola si possono rendere in sibling. Questo è ciò che nella lingua italiana si fa fatica a trovare.

Le questioni di genere sono dibattute in tante lingue e non sono solo un “capriccio” solo italiano. Nei paesi anglofoni si discute sull’adozione del pronome they al singolare come alternativa al he (lui) she (lei), in Svezia c’è chi usa il pronome hen, cioè la versione inclusiva dei pronomi hon (lei) e han (lui).

Secondo Vera Gheno, una delle prime linguiste a diffondere l’uso dello schwa nello scritto, questo movimento verso un italiano più inclusivo va letto come un arricchimento della lingua, non come un attacco alla sua tradizione. È la prova di quanto oggi sia socialmente e culturalmente rilevante una discussione su questo tema e, per questo motivo, da non ignorare.

Ma cosa ne pensa l’Accademia della Crusca dello schwa?

LCrusca si è espressa in modo negativo su questa tendenza, spiegando che, nella lingua italiana, è preferibile comunque utilizzare il maschile plurale.

È senz’altro giusto, e anzi lodevole, quando parliamo o scriviamo, prestare attenzione alle scelte linguistiche relative al genere, evitando ogni forma di sessismo linguistico – scrive il linguista Paolo D’Achille. “Ma non dobbiamo cercare o pretendere di forzare la lingua – almeno nei suoi usi istituzionali, quelli propri dello standard che si insegna e si apprende a scuola – al servizio di un’ideologia, per quanto buona questa ci possa apparire. L’italiano ha due generi grammaticali, il maschile e il femminile, ma non il neutro, così come, nella categoria grammaticale del numero, distingue il singolare dal plurale, ma non ha il duale, presente in altre lingue, tra cui il greco antico. Dobbiamo serenamente prenderne atto, consci del fatto che sesso biologico e identità di genere sono cose diverse dal genere grammaticale. Forse, un uso consapevole del maschile plurale come genere grammaticale non marcato, e non come prevaricazione del maschile inteso come sesso biologico (come finora è stato interpretato, e non certo ingiustificatamente), potrebbe risolvere molti problemi, e non soltanto sul piano linguistico. Ma alle parole andrebbero poi accompagnati i fatti.

Nonostante la presa di posizione della Crusca, in Italia le sperimentazioni volte a stimolare l’impiego di un linguaggio maggiormente inclusivo non si stoppano, aiutati anche dai social e gli smartphone che si adattanno, forse molto più facilmente, di una lingua.

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