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Con Due Spicci, Zerocalcare compie un’operazione chirurgica e spietata. Prende quel freno a mano, lo stringe fino a farlo male e ci costringe a guardare il paesaggio immobile fuori dal finestrino. Il risultato è un autentico pugno allo stomaco, un’opera che non si limita a intrattenere, ma che scava un solco profondo nel petto dello spettatore, chiudendo idealmente il cerchio delle tematiche esplorate nelle sue produzioni precedenti.

Zero diventa socio di Cinghiale, che ha aperto un bar. Ma le cose non vanno come previsto e i guai incominciano a farsi sempre più grandi. Un fantasma del passato torna nella vita del protagonista, mentre Sara è in crisi con la compagna Stella e Secco scompare dalla vita degli amici dato che ora è padre.

Se Strappare lungo i bordi era il racconto dell’elaborazione del lutto e della scoperta che le traiettorie della vita non sono linee tratteggiate da seguire ciecamente. Questa nuova serie sposta l’asse temporale e filosofico. Non siamo più adolescenti ritardatari che cercano il proprio posto nel mondo; siamo adulti. O almeno, dovremmo esserlo.
Il fulcro sociologico della narrazione risiede nel contrasto stridente tra le promesse dell’infanzia e la miseria del presente. Siamo cresciuti in un’epoca che ci ha educati al mito della meritocrazia e dell’espansione illimitata, convinti che i quaranta anni avrebbero rappresentato l’età dell’oro. Il momento in cui, finalmente, “inizia tutto”. La realtà descritta da Zero, invece, ha il sapore amaro del disincanto.
L’universo dei personaggi storici diventa lo specchio di un fallimento collettivo che non è individuale, ma sistemico.
Ci ritroviamo così a quaranta anni con le mani vuote, privati di quel benessere che ci era stato prospettato come un diritto di nascita e che oggi appare come un privilegio per pochissimi eletti.

Ti immaginavi che a quarant’anni saremmo stati così? Così pelati?
In questa domanda, apparentemente ironica e superficiale, che l’Armadillo (doppiato come sempre da un magnifico Valerio Mastandrea) rivolge al protagonista, si nasconde il nucleo filosofico dell’intera opera.
Siamo ai margini di una rivoluzione esistenziale che Zerocalcare fotografa con una metafora marittima di devastante bellezza clinica. Un tempo si navigava insieme, si faceva quadrato contro le avversità. Oggi, nei quaranta, la solidarietà generazionale sembra essersi frammentata. Non siamo più sulla stessa nave: siamo su zattere individuali, distanti pochi metri l’una dall’altra ma separate da abissi di incomunicabilità. Durante le tempeste della vita – che siano sfratti, licenziamenti o crisi depressive – rimanere a galla su quei pezzi di legno instabili diventa un esercizio di equilibrismo logorante.
Guardiamo l’amico che affonda sulla sua zattera, vorremmo tendere la mano, ma il timore di rovesciare la nostra fragile imbarcazione ci immobilizza. Siamo vicini, ma separati da abissi di incomunicabilità. Rimanere a galla durante le tempeste diventa un esercizio di egoistica sopravvivenza: guardiamo l’amico che affonda a pochi metri da noi, vorremmo tendere la mano, ma la paura che la nostra stessa zattera si rovesci ci immobilizza.
L’esempio più emblematico, doloroso e politicamente lucido di questa dinamica è la figura di Montini. La sua parabola è il manifesto di cosa significhi essere lasciati soli in mezzo al mare. Egli rappresenta lo sfigato, l’emarginato, colui che la narrazione collettiva del quartiere ha sempre etichettato come un fallimento ambulante. Ma la serie solleva il velo dell’ipocrisia: Montini non è nato così, è diventato esattamente la caricatura macabra che gli altri dicevano proprio perché nessuno lo ha mai aiutato. La sua zattera è colata a picco sotto gli occhi indifferenti di una comunità troppo impegnata a salvare se stessa per accorgersi del suo naufragio. Trasformato in una profezia che si autoavvera, Montini diventa il simbolo del fallimento sociale di tutti noi: la dimostrazione che la colpa che attribuiamo ai singoli è spesso solo il riflesso dell’indifferenza del gruppo.

l saggio filosofico che Zerocalcare mette in scena ruota attorno a un interrogativo radicale: perché non ci buttiamo nella vita? La risposta è una diagnosi sociale paralizzante. Viviamo con il freno a mano costantemente tirato per una forma di fobia preventiva. Il timore del dolore, del fallimento scolastico o professionale, del rifiuto affettivo, ci porta a teorizzare l’immobilità come massima forma di protezione. Sabotiamo la nostra stessa felicità prima ancora che possa farlo il mondo esterno.
Ma la riflessione più cupa e profonda che la serie regala – e che lascia lo spettatore senza fiato – tocca il concetto stesso di diritto alla gioia.
Esiste una fetta di umanità per la quale la felicità non è un’opzione. Per queste persone, l’idea di essere felici appare quasi come un’aberrazione, un’emozione che semplicemente “non spetta loro”. È la rassegnazione strutturale di chi ha interiorizzato il fallimento al punto da considerare la serenità un lusso estraneo, una lingua straniera che non si ha il diritto di parlare.

Il miracolo artistico di Zerocalcare risiede proprio in questa straordinaria capacità di usare frasi filosofiche e riflessioni sociali universali partendo dal microcosmo della periferia romana. Parla a tutti perché tocca corde che appartengono a chiunque abbia mai provato la sensazione di non essere all’altezza. Due spicci non offre risposte consolatorie. Resta lì, feroce e necessario, a ricordarci che riconoscere lo stesso terrore negli occhi di chi affonda sulla zattera accanto alla nostra è forse l’unico modo rimasto per restare umani e per non diventare, dopotutto, cattivi.
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